A volte pesa come stanchezza.

Altre come vuoto.

Altre ancora come un rumore di fondo che non si spegne mai.

La solitudine non pesa solo quando manca qualcuno. Pesa quando si sente di non avere un posto vivo dentro una relazione.

Ed è qui che diventa faticosa.

Perché non è assenza.

È scollegamento.

Può succedere di sentirsi soli anche parlando con molti, lavorando, uscendo, riempiendo il tempo.

Fuori movimento.

Dentro silenzio.

E quel silenzio, se dura, si trasforma spesso in autosvalutazione: forse non sono interessante, forse non sono scelto, forse c’è qualcosa che non va in me.

Qui la solitudine smette di essere condizione e diventa significato.

E comincia a pesare molto.

A volte il dolore non viene dall’essere soli, ma dal sentirsi non raggiungibili.

Come se una parte di sé restasse sempre dietro un vetro.

Protetta, sì.

Ma isolata.

E ogni protezione, se diventa rigida, ha un costo.

Molti tentano di anestetizzare questo peso riempiendo spazi: relazioni qualsiasi, social, iperattività, pensiero continuo.

Ma il riempimento non è contatto.

Il contatto è un’altra cosa.

È potersi sentire presenti con qualcuno senza doversi difendere.

E se questo è mancato a lungo, la solitudine può diventare quasi familiare.

Perfino identitaria.

Questo, in alcuni casi, può intrecciarsi anche con vissuti depressivi o relazionali più profondi — ma non va dedotto automaticamente. Sarebbe scorretto. Va compreso.

La domanda forse non è: Quanto pesa la solitudine?

Ma: Da quanto tempo sto portando questo peso da solo?

Perché a volte il punto non è resistere di più.

È iniziare a condividere quel peso.

E, quando serve, farlo anche con un professionista può non significare cercare compagnia.

Può significare ricominciare a sentirsi in relazione.

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